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17/Gen/2022

Alla domanda per quali esami del sangue bisogna essere a digiuno, le risposte potrebbero essere molteplici. La certezza da cui partire è che per gli esami del sangue ci si deve preparare. Non ci si può presentare da un momento all’altro o dopo aver mangiato, perché questo contribuirebbe in maniera determinante a falsare i risultati. Se non si rispettano alcune procedure infatti, i valori delle analisi del sangue potrebbero risultare alterati e di conseguenza sarebbe impossibile fare valutazioni approfondite sullo stato di salute.

L’importanza del medico di base

La prima cosa da fare è chiedere consiglio al medico di base. Essendo lui a prescriverle (nella maggior parte dei casi) è la persona più indicata a cui chiedere regole e consigli nei giorni precedenti alle analisi del sangue. Non abbiate paura di fare domande, anche quelle che sembrano meno opportune o banali. Il medico è tenuto a rispondere a tutte le domande e ad ogni modo è meglio ottenere una risposta ovvia che fare di testa propria e rischiare di alterare il valore delle analisi del sangue. Una errata diagnosi infatti può essere molto più deleteria.

Cosa fare prima delle analisi

In linea di massima, prima del prelievo di sangue bisogna fare un digiuno variabile tra le 8 e le 14 ore. In questo lasso di tempo, bisogna assumere solo modiche quantità di acqua. Se non beviamo abbastanza, aumenterà la percentuale delle sostanze che circolano nel nostro sangue. In alternativa, la troppa idratazione potrebbe tendere a diluirle. Sempre in questa fascia di tempo non bisogna fumare, bere caffè o tè e né consumare alcolici. Per analisi ancora più impeccabili, nei giorni precedenti bisognerebbe evitare grandi abbuffate con alimenti grassi e zuccheri semplici. Anche un consumo esagerato di carne prima delle analisi potrebbe alzare l’azotemia e la creatininemia.

Il giorno prima delle analisi inoltre non bisognerebbe fare attività sportiva in modo energico: l’ideale sarebbe fare un’attività fisica leggera (e reidratare i liquidi perduti). Se si fa attività fisica di tipo aerobico, è possibile che nelle analisi del sangue possa verificarsi un calo dell’ematocrito, dell’emoglobina e dei globuli rossi. Le analisi del sangue si fanno sempre al mattino, sia che ci si rechi al laboratorio sia che si scelga l’opzione delle analisi del sangue a domicilio.

per quali analisi del sangue bisogna essere a digiuno

Per quali esami del sangue bisogna essere a digiuno

Dal punto di vista medico, ci sono determinate tipologie di analisi che potrebbero non essere alterate anche nel caso in cui la persona non sia stata a digiuno. Stiamo parlando di una casistica molto ridotta e che ad ogni modo, sarebbe difficile da spiegare. Per questo motivo, si è deciso di imporre il digiuno come condizione essenziale prima di un prelievo venoso.

Sarebbe troppo complicato spiegare e rendere consapevole le persone degli alimenti che si possono mangiare prima di alcune analisi, per questo motivo si è scelta la strada precauzionale: per effettuare le analisi del sangue bisogna rimanere a digiuno per un periodo compreso tra le 8 e le 14 ore (a seconda degli esami). Visto che è impossibile rimanere svegli per 8-14 ore senza mangiare, l’orario ideale per le analisi del sangue è la mattina presto. Esistono aziende private che offrono un servizio di analisi del sangue a domicilio su prenotazione.

Cosa mangiare la sera prima delle analisi

Visto che le analisi dovrebbero essere la cartina tornasole di un determinato stile di vita, il giorno prima delle analisi delle analisi del sangue (e i giorni precedenti) bisognerebbe mangiare “normale”. Fare una settimana di dieta ferrea e fare le analisi significherebbe alterare i risultati, perché lo scopo di molte analisi è proprio verificare se il proprio stile di vita sia un fattore di rischio per alcune malattie. Non ha senso, in questo caso, avere parametri ematici impeccabili se poi si torna ad avere uno stile di vita malsano. Il consiglio quindi è quello di mangiare normale, evitare le abbuffate e rispettare la regola del digiuno.

Quali farmaci alterano le analisi del sangue

Prima di sottoporsi agli esami del sangue, il paziente dovrebbe sospendere l’assunzione dei medicinali. Questo discorso naturalmente non vale per le terapie di malattie croniche e nei casi di farmaci salvavita. In tutti gli altri casi i farmaci andrebbero sospesi perché alterano in modo sensibile i valori delle analisi. Alcuni integratori per esempio possono interferire con gli esami e alterare parametri ematici.

Nel caso in cui abbiate assunto farmaci o abbiate seguito una dieta poco equilibrata, non vi rimane che chiedere consigli al medico di base. In questa fase, non ha senso omettere alcuni particolari o nascondere la verità. Le analisi del sangue sono un parametro fondamentale per valutare lo stato di salute ed è necessario che siano affidabili, precise e veritiere. Dopo il prelievo di sangue, la prassi prevede la colazione al bar. In questo caso, ci si può concedere anche un cornetto: l’importante è che si beva almeno un bicchiere d’acqua per aiutare la pressione a risalire.


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Fabio Di Eugenio
16/Dic/2021

ll trasferimento del paziente critico verso una struttura ritenuta idonea è un argomento complesso che vede impegnati come attori il paziente, le strutture regionali e il Servizio Sanitario Nazionale. Per trasferimento di paziente critico si intende un trasporto primario che consente di avere accesso al livello di cura superiore perché una determinata struttura non è in grado di fornirglielo. Questo accade per un motivo fondamentale: la struttura non è in grado di erogare un servizio primario per il paziente.

Quando è necessario trasferire un paziente

Il trasferimento interospedaliero da una struttura all’altra è sempre necessario quando le condizioni del paziente sono critiche e la struttura ricevente è in grado di accogliere il paziente: si tratta di una procedura che va gestita nei minimi particolari perché non essendo un trasporto secondario, comporta dei rischi notevoli. Chi decide il trasferimento è sempre il medico curante: sarà lui a coordinare il trasporto attraverso la centrale operativa, il medico addetto al trasporto e il medico ricevente.

Queste figure professionali hanno un unico obiettivo: garantire al paziente il miglior trattamento possibile. Il trasferimento intraospedaliero è sempre a carico del Sistema Sanitario Nazionale, che opera nel minor tempo possibile per migliorare la qualità dell’assistenza ed evitare il sovraffollamento ospedaliero. In un periodo complesso come quello attuale, la pianificazione diventa imprescindibile. La pandemia da Covid-19 richiede l’attuazione di protocolli certi, verificati e condivisi in grado di tutelare non solo la salute del paziente, ma anche quella delle persone che gli stanno attorno. Il trasporto di un paziente in condizioni critiche è legato a due variabili: la condizione di salute del paziente e la possibilità della struttura di erogare le cure richieste.

Trasferimento di un paziente critico: i parametri vitali

Esistono parametri che inducono il medico ad attivare la procedura di trasferimento. Essi costituiscono una discriminante fondamentale perché restituiscono una sorta di cartina tornasole delle condizioni di salute del paziente. Alla presenza di determinati valori fisiologici e certificata l’impossibilità da parte della struttura di poter garantire le cure necessarie, il medico deve attivare le procedure di trasferimento. I casi più frequenti di trasporto ospedaliero sono: le ferite da arma da fuoco, le fratture al femore, le complicazioni polmonari e le ulcere. In caso di trauma spinale, il paziente dovrebbe essere sempre trasferito nel centro di riferimento in meno di 12 ore (nel caso ci sia un danno neurologico, il trasferimento deve avvenire dopo la stabilizzazione).

Nei casi di insufficienza respiratoria, il paziente va trasferito con un’ambulanza attrezzata per la terapia intensiva con farmaci e dispositivi per il supporto respiratorio avanzato. Lo staff deve prevedere 4 persone: l’autista, un medico, un infermiere e un terapista respiratorio. Prima del trasferimento, il paziente con insufficienza respiratoria deve essere stabilizzato: è fondamentale che questo avvenga perché un trasferimento frettoloso potrebbe causare complicazioni irreversibili alle vie aeree.

trasferimento di un paziente critico

L’importanza del medico

In tutti i casi di trasferimento di un paziente critico, la figura di riferimento è il medico. Prendiamo un caso di trauma cranico, di emorragia cerebrale, di complicazioni respiratorie o di infarto. Il medico deve scegliere in poco tempo e valutare in modo netto e deciso se i benefici del trasferimento del paziente superano i rischi. Non è mai una scelta facile e si opera in una condizione di stress psico-fisico notevole: la vita del paziente è a rischio e una scelta sbagliata potrebbe determinare un peggioramento irreversibile delle condizioni di salute.

Ecco perché diventa decisiva la formazione del medico e la sua capacità di interpretare il momento. Il timing e la preparazione al trasferimento devono essere impeccabili, non c’è spazio per l’errore umano o valutazioni errate. I pazienti critici che non vengono trasferiti nel minor tempo possibile verso un livello di cure maggiore vedono aumentare (e non di poco) il rischio di mortalità.

Come funziona il trasferimento del paziente critico

La normativa prevede che il trasferimento di un paziente critico sia gestita da medico che trasferisce, dalla Centrale Operativa di Soccorso e dal medico ricevente. La Centrale Operativa, per quanto concerne la struttura di destinazione, ha il dovere di far riferimento a determinati parametri. Il più importante è la territorialità: si cercherà di trasferire il paziente nella struttura più vicina in grado di erogare le cure adeguate. Tutto inizia con la valutazione clinica del medico che ha in cura il paziente: egli si fa carico del trasferimento e ne diventa responsabile dal punto di vista civile e penale.

Una volta attivata la procedura, il medico che trasferisce contatta il medico ricevente e inizia a istruirlo sulle condizioni di salute del paziente. In accordo con la Centrale Operativa definisce inoltre il mezzo di trasporto, il team preposto al trasporto del paziente critico e si occupa di trasferire tutta la documentazione. Il medico che
trasferisce è responsabile della valutazione iniziale del paziente, della scelta dell’ospedale, del mezzo di trasporto, dei trattamenti medici e farmacologici e di ogni prevedibile complicazione. Il medico che prende in carico il paziente ha il compito di verificare che il trasporto sia avvenuto in sicurezza e che il paziente abbia ricevuto il trattamento previsto dal medico che ha deciso il trasferimento.


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Fabio Di Eugenio
24/Nov/2021

Il trasporto malati oncologici in ambulanza è un argomento complesso e regolamentato da accordi nazionali e regionali. Prima di addentrarsi nello specifico di questa tipologia di trasporto, è necessario fare una divisione in trasporti primari e trasporti secondari.

Quali sono i trasporti primari

I trasporti in ambulanza primari (detti anche trasporti di emergenza o di urgenza) sono tutte le attività di soccorso di natura emergenziale. In generale, sono gli interventi nei confronti dei malati o degli infortunati gestiti dal 118. Fanno parte di questa tipologia di interventi i trasferimenti a breve o lunga percorrenza da un ospedale a un altro e tutti i trasporti connessi al trapianto di organi. Il trasporto primario (detto anche d’emergenza) è sempre a carico del Servizio Sanitario Nazionale (o Regionale) e fa riferimento sempre a una prestazione sanitaria di natura emergenziale. Il cittadino non è tenuto al pagamento del ticket e neanche alla gestione burocratica della documentazione (ricevute, documenti di trasporto, certificati, cartelle cliniche).

Cosa sono i trasporti secondari

I trasporti secondari invece sono quelli che non rivestono un carattere d’urgenza. A gestirli, dal punto di vista burocratico, è il Medico di Medicina Generale o il pediatra. Appartengono a questa categoria di trasporti tutti  i trasferimenti da o verso il domicilio che rientrano nelle prestazioni ambulatoriale previste dai LEA. Il trasporto di malati oncologici in ambulanza rientra fra questa tipologia di trasporti. Ecco gli altri casi:

  • Ultra 65enni in condizioni di permanente o temporanea non deambulabilità
  • Pazienti con invalidità superiore al 67% e non autosufficienti in termini di mobilità
  • Persone con patologie oncologiche che necessitano di eseguire cicli di Chemioterapia e/o Radioterapia
  • Pazienti affetti da patologie neurologiche
  • Persone in possesso di esenzione per patologia cronica o malattia rara o patologia oncologica
  • Pazienti con gravi situazioni invalidanti in termini di deambulabilità

In tutti questi casi, è lo Stato a farsi carico del costo del trasporto e della procedura dal punto di vista burocratico. Anche se i trasporti non hanno carattere d’urgenza, sono prestazioni in continuità con lo stato di salute del paziente. La non deambulabilità è la condizione fondamentale per poter ottenere il trasporto sanitario gratuito da parte dello Stato. La richiesta viene effettuata dal medico di base e per essere considerata valida deve ricevere l’approvazione della Asl di appartenenza.

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Quanto costa il trasporto in ambulanza dei malati oncologici

Oltre al trasporto gratuito in caso di non deambulabilità, i malati oncologici hanno diritto anche a un’indennità di accompagnamento.  Avere un tumore non dà diritto in automatico a percepire l’indennità di accompagnamento. La Cassazione infatti riconosce l’indennità di accompagnamento solo alle persone sottoposte a chemioterapia o radioterapia che rispettano i requisiti della Legge n. 18 del 11 febbraio 1980.  Questa legge afferma che possono usufruire dell’indennità di accompagnamento solo le persone che non sono in grado di deambulare in maniera autonoma o che non sono autosufficienti nel compiere le azioni quotidiane della vita. Sono persone che oltre al tumore hanno bisogno di una assistenza continua: per queste persone, lo Stato mette a disposizione misure economiche di supporto.

La Suprema Corte, con la sentenza del 27.5.2004 n.10212, ha confermato che al malato sottoposto a chemioterapia spetta l’indennità di accompagnamento per il periodo delle cure. Tramite questa domanda e il certificato medico allegato si può ottenere l’indennità che ammonta a 522,10 euro per dodici mensilità. La Commissione Medica valuta tre parametri: la natura patologia, il decorso della malattia e le ricadute negative dei trattamenti chemioterapici o radioterapici sulla vita del soggetto.

Quando bisogna pagare il trasporto in ambulanza

L’ambulanza per il trasporto dei malati oncologici è a carico dello Stato solo nel caso in cuil il paziente abbia manifesti problemi di deambulabilità (questo gli consente inoltre di potersi avvalere dell’indennità di acccompagnamento). Esistono però alcuni casi in cui il trasporto dell’ambulanza e la gestione burocratica della procedura sono a carico del cittadino, che per convenienza e praticità può rivolgersi ad aziende private che erogano servizi di trasporto in ambulanza. Ecco i casi in cui il cittadino deve sostenere in autonomia il costo dell’ambulanza:

  • visite di riconoscimento di Invalidità Civile nei casi di accertamenti INAIL
  • accertamenti medico-legali e diagnostici connessi
  • visite specifiche che non hanno carattere diagnostico/terapeutico
  • trasporti interdomiciliari in discontinuità con l’assistenza sanitaria necessaria (scelta di una particolare location, trasporto da casa di paziente a casa di un parente)
  • Ricoveri, visite e prestazioni diagnostiche in strutture non accreditate
  • visite e terapie fuori dalla regione di residenza

Il ruolo delle associazioni

I malati oncologici, in alcuni casi, vivono in condizioni di disagio sociale e devono sottoporsi a un percorso sanitario lungo e difficile. Per questo motivo, esistono associazioni di volontari che assistono i malati che devono sottoporsi alle cure e che aiutano le famiglie a gestire la situazione. L’obiettivo di queste associazioni è migliorare la qualità della vita e sostenere le spese per eventuali interventi chirurgici e terapie riabilitative fondamentali come fisioterapia e linfodrenaggio. I volontari, che tendenzialmente non sono infermieri o figure professionali specializzate, mettono a disposizione la propria auto e aiutano i pazienti nel loro percorso di cura.




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