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Fabio Di Eugenio
27/Nov/2021

Le terapie infermieristiche domiciliari rappresentano un punto di forza del Sistema Sanitario Nazionale. La pandemia da Covid-19 inoltre ha accelerato questo modus operandi e sono sempre di più le persone che scelgono volontariamente di curarsi a casa. Partiamo da un assunto: il Servizio Sanitario Nazionale garantisce percorsi assistenziali nel proprio domicilio e cure domiciliari per tutte le persone che vivono una condizione di fragilità o che sono considerate autosufficienti. In particolar modo, lo Stato si prende cura delle persone che non sono in grado di curare sé stessi in modo autonomo.

L’assistenza domiciliare è un servizio previsto dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), nati con l’obiettivo di rispondere ai bisogni di salute delle persone fragili, degli anziani e dei disabili. In particolar modo, lo Stato ha creato diversi livelli essenziali a seconda della cronicità e delle patologie in essere in modo da fornire al paziente la miglior assistenza possibile. Il livello viene scelto attraverso specifici strumenti e scale di valutazione multiprofessionali e multidimensionali. Esse consentono di definire un piano di assistenza integrato.

Cosa si intende per terapie infermieristiche domiciliari

Le cure domiciliari consistono in un programma di trattamenti medici, infermieristici e riabilitativi fondamentali per assestare il quadro clinico, arginare il declino funzionale e migliorare le condizioni di vita dell’assistito. Ogni cura domiciliare viene erogata in modo diverso a seconda dell’organizzazione dei servizi territoriali delle ASL locali (con la collaborazione dei comuni). Il servizio di Assistenza Domiciliare è presente su tutto il territorio nazionale e fa capo alle regioni. Quindi, in ogni Regione, è possibile consultare il servizio di Assistenza Domiciliare regionale.

Assistenza domiciliare programmata e assistenza domiciliare integrata

I servizi di Cure Domiciliari sono sempre a carico del Servizio Sanitario Nazionale perché inseriti nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) senza limitazioni di età o reddito. Dopo aver analizzato in modo profondo la condizione socio-sanitaria dell’assistito, si ottiene un’analisi dei bisogni chiara, efficace e performante. In Italia esistono due tipologia di cure domiciliari: l’assistenza domiciliare programmata (ADP) e l’assistenza domiciliare integrata (ADI).

L’assistenza domiciliare programmata consiste in prestazioni sanitarie infermieristiche e/o riabilitative connesse a un episodio o una malattia specifica. Questa assistenza è limitata nel tempo e viene gestita dal medico di base, che di volta in volta fa il punto della situazione e valuta l’avanzamento del recupero. Questa cura domiciliare è rivolta alle persone che non camminano e che non sono in grado di raggiungere i servizi in modo autonomo, nonché inabili nell’utilizzare i mezzi pubblici.

L’assistenza domiciliare integrata invece è un sistema pianificato, meticoloso e integrato di trattamenti sanitari e sociosanitari a domicilio. Sono prestazioni continuative che in molti casi vedono l’intervento di più figure professionali. Questo prevede la normativa nazionale, inclusi gli Accordi Collettivi Nazionali per la Medicina Generali e gli atti approvati dalle Regioni in materia di assistenza sociosanitaria.

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Quanto dura l’assistenza domiciliare integrata

Se ti stai chiedendo quando dura l’assistenza domiciliare integrata, la risposta non è univoca: dipende dal tipo di patologia e dalle condizioni psicofisiche del paziente. Ecco le patologie che necessitano di assistenza domiciliare integrata:

  • malati terminali
  • malattie invalidanti e che necessitano di interventi complessi
  • incidenti vascolari acuti
  • fratture in anziani
  • forme psicotiche acute gravi
  • riabilitazione di vasculopatici
  • riabilitazione di neurolesi
  • malattie acute temporaneamente invalidanti nell’anziano (forme respiratorie e altro)
  • dimissioni protette da strutture ospedaliere

Le cure domiciliari integrate di primo livello sono costituite da prestazioni di tipo medico, infermieristico e riabilitativo, accertamenti diagnostici, assistenza farmaceutica e fornitura di preparati per nutrizione artificiale che arrivano fino a 5 giorni su 7. Se invece il paziente necessita di cure sei giorni su sette, le cure diventano di secondo livello. Infine esistono cure domiciliari di terzo livello per tutti quei pazienti che presentano un elevato livello di complessità e instabilità clinica che richiedono interventi strutturali e programmati 7 giorni su 7.
ziale e gli specifici medici specialisti necessari alla patologia del paziente.

Ospedalizzazione domiciliare: ecco i casi in cui è necessaria

Ci sono alcuni casi in cui persone affette da patologie croniche evolutive o in fase di riacutizzazione che richiedono un’assistenza medica e infermieristica 24 ore su 24. Essi necessitano di attrezzature (piantane per fleboclisi, erogatori di ossigeno, eccetera) e ausili per la deambulazione e per le funzioni fisiologiche. Questo servizio è erogato dalle regioni in modo autonomo attraverso la figura del medico di base, che si fa carico della parte burocratica e coordina gli interventi domiciliari.

Le principali terapie domiciliari

Ecco di seguito un elenco delle principali terapie infermieristiche domiciliari che possono essere effettuate da infermieri a domicilio specializzati:

  • Nutrizione del malato critico
  • Interventi terapeutici come la terapia iniettiva, terapia antalgica e terapia infusiva
  • Corretta gestione delle stomie
  • Cura e prevenzione delle infezioni con cateteri vescical e presidi intravascolari
  • Assistenza in situazioni legate ad incontinenza e a irregolarità dell’alvo
  • Prevenzione delle piaghe da decubito nei casi di anziani infermi
  • Assistenza in caso di sindrome ipocinetica legata ad una prolungata permanenza a letto del paziente
  • Assistenza infermieristica di tipo informativo a paziente e familiari
  • Gestione burocratica delle pratiche assistenziali, all’uso dei presidi
  • Gestione delle terapie farmacologiche e/o terapeutiche

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Fabio Di Eugenio
15/Nov/2021

Il respiro agonico (gasping) è un movimento muscolare involontario che si caratterizza per una riduzione estrema della frequenza degli atti respiratori fino al loro totale arresto. Non è un tipo di respirazione, è una condizione respiratoria non sufficiente e non utile ai fini dell’ossigenazione dell’organismo. Si tratta di una condizione di arresto respiratorio e che deve essere trattato secondo i consueti protocolli rianimatori attraverso la ventilazione artificiale e il massaggio cardiaco esterno.

Cosa vuol dire gasping e chi colpisce

Il respiro agonico (la traduzione italiana di gasping) si verifica nella gran parte degli arresti cardiaci (40%). In molti casi arriva proprio a seguito dell’arresto cardiaco e la sua sintomatologia viene confusa con una respirazione normale. In realtà è una modalità di respirazione inadeguata perché non garantisce il numero minimo di scambi gassosi alveolari.  Il gasping non è facile da individuare: può essere un respiro debole e pesante, ma può essere anche un respiro rumoroso e roboante. I medici sono concordi nell’affermare che il gasping consista in una specie di autorianimazione dell’organismo.

Le inspirazioni determinano un calo delle pressioni intratoraciche e nell’atrio destro e attraverso effetti emodinamici favoriscono il ritorno venoso al cuore. Le espirazioni del gasping d’altro canto aumentano la pressione intratoracica ed aortica e determinano un aumento della pressione di perfusione coronarica. A trarne beneficio è il flusso sanguigno.

gasping

Gasping e respiro patologico

La scienza è concorde nell’affermare che il gasping è un segnale positivo. Uno studio di alcuni ricercatori dell’Arizona infatti ha evidenziato che 191 soggetti soccorsi che presentavano il respiro agonico, la percentuale di sopravvissuti aumentava dal 7,8% al 28,3%. La presenza quindi di una attività respiratoria, anche se non propriamente utile ai fini dell’ossigenazione dell’organismo, è l’indice di un flusso cerebrale esistente che fa ben sperare.

Per respirazione patologica si intende una respirazione alterata che consiste in un continuo susseguirsi di atti respiratori non conformi. Tra queste alterazioni sono inclusi il respiro di Cheyne-Stokes, il respiro di Biot, il respiro di Kussmaul e il respiro di Fallstaff. La respirazione è un processo fisiologico di importanza vitale per gli esseri umani: attraverso di essa, l’organismo si ossigena e smaltisce l’anidride carbonica prodotta dal metabolismo cellulare.
 Esistono due tipi di respirazione: quella esterna (polmonare) e quella interna (cellulare).

Un atto respiratorio si compone di una fase inspiratoria (durata: 1,3-1,5 sec), e di una fase espiratoria (durata: 2,5 – 3 sec). Fra le due pause, generalmente, c’è una fase di 0,5 secondi. Questi sono i numeri di una respirazione normale: in un minuto, si registra un’oscillazione tra i 16 e i 20. Sopra (tachipnea) e sotto (bradipnea) queste soglie, si parla di alterazione patologica del respiro.

Alterazioni patologiche del respiro

La respirazione fisiologica normale è detta eupnea. Ogni sintomi di respirazione affannosa e difficoltosa invece è detta dispnea. Questa condizione non è necessariamente sintomo di una patologia, ma può comparire in seguito a un importante sforzo fisico. Se non è legata a un fatto particolare, può essere invece la spia di malattie come asma, polmonite, ischemia cardiaca, malattia polmonare interstiziale, insufficienza cardiaca congestizia, Bpco, stenosi laringo-tracheale o cause psicogene.

L’apnea invece consiste nell’assenza di respirazione per più di 15 secondi. Può essere di diversi tipi: volontaria, indotta farmacologicamente, connessa a patologie delle vie aeree e patologica (legata a encefaliti, sclerosi multipla, sindrome delle apnee ostruttive. Chi soffre di tachipnea invece, manifesta un aumento della frequenza respiratoria sopra i 20 atti al minuto (il contrario è la bradipnea). Simile alla tachipnea (ma da non confondersi) è la l’iperpnea che compare dopo tensione emotiva, abuso di alcol e sforzo fisico.

Come gestire un caso di respirazione alterata

Quando ci si trova di fronte a una persona che non respira bene, è necessario non perdere la calma e valutare l’ambiente in cui ci si trova. Non bisogna effettuare manovre di soccorso scellerate e bisogna assicurarsi che nella stanza non sussistano pericoli di incendio, gas o esalazioni di sostanze tossiche. In attesa dell’arrivo di figura professionale con competenze infermieristiche, la vittima non va mai spostata dal luogo dell’incidente, a meno che non sussista un pericolo imminente per il soccorritore e per l’infortunato. Solo in questo caso l’infermiere (o il primo soccorritore) è autorizzato a spostarlo. In seguito, l’infermiere o la persona preposta al soccorso deve effettuare questi semplici passaggi:

  • inginocchiarsi e chiedere all’infortunato come si sente (per un massimo di 10 secondi)
  • in caso di risposta positiva, significa che il cuore respira (niente arresto cardiocircolatorio)

In caso contrario, è probabile che il paziente sia in una condizione di non coscienza. Ecco cosa bisognerebbe fare in questi casi (in attesa di una figura professionale specifica):

  • allineare il respiro (se la vittima è prona, va messa in posizione supina)
  • aprire le vie aeree (per evitare che non ci siano corpi estranei all’inferno della bocca)
  • valutare il respiro (avvicinare l’orecchio alla bocca del paziente con lo sguardo rivolto al torace e guardare se il torace si solleva)



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