Cosa vuol dire gasping e come si gestisce

Il respiro agonico (gasping) è un movimento muscolare involontario che si caratterizza per una riduzione estrema della frequenza degli atti respiratori fino al loro totale arresto. Non è un tipo di respirazione, è una condizione respiratoria non sufficiente e non utile ai fini dell’ossigenazione dell’organismo. Si tratta di una condizione di arresto respiratorio e che deve essere trattato secondo i consueti protocolli rianimatori attraverso la ventilazione artificiale e il massaggio cardiaco esterno.

Cosa vuol dire gasping e chi colpisce

Il respiro agonico (la traduzione italiana di gasping) si verifica nella gran parte degli arresti cardiaci (40%). In molti casi arriva proprio a seguito dell’arresto cardiaco e la sua sintomatologia viene confusa con una respirazione normale. In realtà è una modalità di respirazione inadeguata perché non garantisce il numero minimo di scambi gassosi alveolari.  Il gasping non è facile da individuare: può essere un respiro debole e pesante, ma può essere anche un respiro rumoroso e roboante. I medici sono concordi nell’affermare che il gasping consista in una specie di autorianimazione dell’organismo.

Le inspirazioni determinano un calo delle pressioni intratoraciche e nell’atrio destro e attraverso effetti emodinamici favoriscono il ritorno venoso al cuore. Le espirazioni del gasping d’altro canto aumentano la pressione intratoracica ed aortica e determinano un aumento della pressione di perfusione coronarica. A trarne beneficio è il flusso sanguigno.

gasping

Gasping e respiro patologico

La scienza è concorde nell’affermare che il gasping è un segnale positivo. Uno studio di alcuni ricercatori dell’Arizona infatti ha evidenziato che 191 soggetti soccorsi che presentavano il respiro agonico, la percentuale di sopravvissuti aumentava dal 7,8% al 28,3%. La presenza quindi di una attività respiratoria, anche se non propriamente utile ai fini dell’ossigenazione dell’organismo, è l’indice di un flusso cerebrale esistente che fa ben sperare.

Per respirazione patologica si intende una respirazione alterata che consiste in un continuo susseguirsi di atti respiratori non conformi. Tra queste alterazioni sono inclusi il respiro di Cheyne-Stokes, il respiro di Biot, il respiro di Kussmaul e il respiro di Fallstaff. La respirazione è un processo fisiologico di importanza vitale per gli esseri umani: attraverso di essa, l’organismo si ossigena e smaltisce l’anidride carbonica prodotta dal metabolismo cellulare.
 Esistono due tipi di respirazione: quella esterna (polmonare) e quella interna (cellulare).

Un atto respiratorio si compone di una fase inspiratoria (durata: 1,3-1,5 sec), e di una fase espiratoria (durata: 2,5 – 3 sec). Fra le due pause, generalmente, c’è una fase di 0,5 secondi. Questi sono i numeri di una respirazione normale: in un minuto, si registra un’oscillazione tra i 16 e i 20. Sopra (tachipnea) e sotto (bradipnea) queste soglie, si parla di alterazione patologica del respiro.

Alterazioni patologiche del respiro

La respirazione fisiologica normale è detta eupnea. Ogni sintomi di respirazione affannosa e difficoltosa invece è detta dispnea. Questa condizione non è necessariamente sintomo di una patologia, ma può comparire in seguito a un importante sforzo fisico. Se non è legata a un fatto particolare, può essere invece la spia di malattie come asma, polmonite, ischemia cardiaca, malattia polmonare interstiziale, insufficienza cardiaca congestizia, Bpco, stenosi laringo-tracheale o cause psicogene.

L’apnea invece consiste nell’assenza di respirazione per più di 15 secondi. Può essere di diversi tipi: volontaria, indotta farmacologicamente, connessa a patologie delle vie aeree e patologica (legata a encefaliti, sclerosi multipla, sindrome delle apnee ostruttive. Chi soffre di tachipnea invece, manifesta un aumento della frequenza respiratoria sopra i 20 atti al minuto (il contrario è la bradipnea). Simile alla tachipnea (ma da non confondersi) è la l’iperpnea che compare dopo tensione emotiva, abuso di alcol e sforzo fisico.

Come gestire un caso di respirazione alterata

Quando ci si trova di fronte a una persona che non respira bene, è necessario non perdere la calma e valutare l’ambiente in cui ci si trova. Non bisogna effettuare manovre di soccorso scellerate e bisogna assicurarsi che nella stanza non sussistano pericoli di incendio, gas o esalazioni di sostanze tossiche. In attesa dell’arrivo di figura professionale con competenze infermieristiche, la vittima non va mai spostata dal luogo dell’incidente, a meno che non sussista un pericolo imminente per il soccorritore e per l’infortunato. Solo in questo caso l’infermiere (o il primo soccorritore) è autorizzato a spostarlo. In seguito, l’infermiere o la persona preposta al soccorso deve effettuare questi semplici passaggi:

  • inginocchiarsi e chiedere all’infortunato come si sente (per un massimo di 10 secondi)
  • in caso di risposta positiva, significa che il cuore respira (niente arresto cardiocircolatorio)

In caso contrario, è probabile che il paziente sia in una condizione di non coscienza. Ecco cosa bisognerebbe fare in questi casi (in attesa di una figura professionale specifica):

  • allineare il respiro (se la vittima è prona, va messa in posizione supina)
  • aprire le vie aeree (per evitare che non ci siano corpi estranei all’inferno della bocca)
  • valutare il respiro (avvicinare l’orecchio alla bocca del paziente con lo sguardo rivolto al torace e guardare se il torace si solleva)



Trasferimento pazienti fra strutture: come funziona

Il trasferimento pazienti da una struttura a un’altra è un’attività che in Italia viene effettuata in modo strutturato e meticoloso (dal pubblico e dal settore privato). La prima grossa differenza è se il il trasferimento di pazienti da una struttura a un’altra è a carico del sistema sanitario nazionale o se il paziente viene trasferito per una scelta differente.

Trasferimento pazienti ad opera del sistema Sanitario Nazionale

Il Sistema Sanitario Nazionale in Italia è composto da una rete di aziende sanitarie e di ospedali più o meno specialistici. All’interno di ogni realtà provinciale e regionale esistono centri di riferimento per determinate specialità. Per fare un esempio, un paziente che si rompe il femore a Castel Gandolfo potrebbe essere trasferito a un’ospedale di Roma. Allo stesso modo, se oltre alla frattura ci fosse un trauma cranico, probabilmente verrebbe trasferito in una struttura differente.

Per ogni emergenza, il Sistema Sanitario Nazionale garantisce la migliore assistenza su tutto il territorio nazionale. Naturalmente, il primo parametro che viene rispettato è la territorialità: si cercherà sempre di trasferire il paziente nel luogo di residenza più vicino. In questi casi, è sempre è il SSN il responsabile del trasporto; sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista organizzativo.

trasferimento pazienti tra strutture

Trasferimento di pazienti a carico dell’utente privato

Non sempre il trasporto in ambulanza è carico del Sistema Sanitario Nazionale. Ci sono alcuni casi il trasporto infermi è a carico del cittadino, che deve accordarsi direttamente con le aziende private e concordare il trasferimento. Pur essendo casistiche ben definite, ci troviamo di fronte a situazioni difficili da gestire. Non essendo lo Stato e gestirle, le procedure si complicano e le tempistiche potrebbero dilatarsi. Gli attori in gioco sono due: il cittadino privato (o il familiare che ne fa le veci) e l’azienda che prende in carico il trasferimento del paziente. Ecco i casi:

  • quando non è gestito dalla Centrale Operativa
  • se non ci si trova in una reale situazione di emergenza
  • nel caso in cui il paziente sia trasportabile anche attraverso una normale automobile
  • quando il trasporto è fine a se stesso e non viene seguito da un ricovero ospedaliero
  • se il trasporto è vero una sede non riconosciuta a livello territoriale
  • nel caso in cui il paziente abbia rifiutato una volta il trasporto pubblico
  • quando viene chiamata una ambulanza e poi viene annullata senza motivo
  • quando il paziente decide in modo autonomo presso quale ospedale o pronto soccorso andare

Come funziona il trasporto privato di un paziente

Prima di procedere con il trasferimento del paziente, è necessario contattare la struttura sanitaria individuata e capire se c’è la disponibilità (e soprattutto l’intenzione) di farsi carico di un nuovo paziente. Non essendo lo Stato a gestire il trasferimento, la struttura può decidere in autonomia e senza pressioni se accogliere un paziente o meno. Solo nei casi in cui la struttura sia dotata di un Pronto Soccorso, la Legge consente di di presentarsi senza alcun preavviso. Anche in questo caso però, la struttura potrebbe avvalersi del diritto di non accettare il paziente.

Dopo che la struttura sanitaria ricevente ha autorizzato il ricovero del paziente, i familiari dovranno firmare un foglio in cui certificheranno il trasferimento volontario e solleveranno la struttura di partenza dalla responsabilità di eventuali complicanze o evoluzioni negative verificatisi durante il trasporto. Dal punto di vista legislativo, si parla di autodimissione e il paziente (o i parenti) hanno il dovere di firmare una cartella clinica in cui ci si assume ogni responsabilità del trasferimento.

Trasferire un paziente in ambulanza

Se il trasferimento del paziente è in un raggio di 100 chilometri o poco più, il mezzo più idoneo per il trasporto è senza dubbio l’ambulanza. Per questo tipo di trasporto (considerato secondario) si utilizzano ambulanze private appartenenti a società private, associazioni di volontariato o cooperative. Per accordarsi sul trasporto, basta chiamare l’azienda e stabilire:

  • data del trasporto
  • orario del trasporto
  • struttura di partenza e struttura di destinazione
  • esigenze del paziente (tipo di barella, ossigeno, etc)
  • equipaggio

Quanto costa un trasporto in ambulanza

Tutte le aziende o associazioni che si occupano di trasporto sanitario su gomma adottano un “tariffario”. Questo tariffario prevede sempre un costo fisso di uscita, che oscilla tra i 20 ed i 30 Euro, che il paziente deve sostenere a prescindere dai chilometri percorsi. Il totale della tariffa, in linea di massima, va calcolato in base ai chilometri percorsi: si sommano tutti i chilometri che l’ambulanza percorre (compreso il rientro in sede).

Nel caso specifico di For Life Emergenza, come per altre società che si occupano di trasporti in ambulanza, c’è una tariffa fissa per i trasferimenti su Roma all’interno del Grande Raccordo Anulare. Il costo per chilometro può oscillare da 0,50 fino a 2,00 euro a seconda degli enti di volontariato coinvolti, delle cooperative con personale non assunto o tipologia di mezzo coinvolto. In linea di massimo, in assenza del medico il costo si aggira attorno ai 70 euro, in presenza invece 250.

For Life Emergenza